Micro-fenomenologia della fasciatura mani nella Boxe…e nella vita

Il rito della fasciatura delle mani nella boxe è uno di quelli tra i più tradizionali ed intensi che afferiscono a questa antica e nobile disciplina.
Può sembrare a prima vista un gesto operativo, con finalità meramente funzionale.
Ma il lento e misurato movimento che progressivamente copre le mani, avvolge le dita, serra il polso, è l’attraversamento di un Limen ben più corposo di quello che può sembrare dall’esterno.
Oggi, a differenza del passato, la parte iniziale della fascia è dotata di un’asola che si fissa sul pollice e che facilita i successivi passaggi iniziali della fascia.
Ai mei tempi, però, la parte iniziale della fascia andava tenuta stretta fra il pollice e l’indice finché i successivi avvolgimenti non avessero più bisogno del fulcro per evitare la fuga capricciosa della stessa dalla mano. Era divertente osservare i neofiti alle prime armi con la fasciatura, proprio in quel momento iniziale che vale un po’ tutto, quando alla prima trazione energica l’estremità scappava dalla presa del pollice rammollando la tensione e richiedendo di riprendere, con pazienza che spesso il neofita non ha, da quel momento iniziale.
La pratica tecnica diventa vero e proprio rito (e cioè: gesto che trascende sé stesso e determina un campo di significato più ampio, psichico, sociale, mistico anche), non solo per l’ovvia ragione della frequenza con cui lo si effettua – un pugile che si allena con un minimo di intensità fascia e sfascia le mani tre, quattro volte la settimana. Ma per il focus che richiede questo gesto arcaico se si sa’ coglierlo, contemplarlo, oltre il livello materiale.
Serve concentrazione perché i tre punti chiave della mano risultino “presi dentro” al meglio: polso, pollice, nocche. Queste tre parti, un triangolo, fanno da perni contrapposti assicurando la tensione necessaria a tenere assieme la fasciatura.
Ma per agganciarli è necessaria una presenza che, come sempre, non è solo cognitiva. Piuttosto, mentale, intesa come esperienza diffusa delle parti del corpo implicate che “pensano” assieme, dialogando attraverso le percezioni tattili che la fascia produce nel suo avvolgersi progressivo.
La fascia ha lo scopo primario di proteggere le mani dagli inevitabili sfregamenti che il guantone produce sulla pelle, azione che può creare escoriazioni degne di nota e insidiose da curare.
Altro scopo funzionale della fasciatura è quello di tenere compatta la mano che nel processo di tensione fa chiudere a pugno le dita a formare quella specie di incudine densa e consistente che non solo genera il colpo, ma anche lo sostiene, dato che ogni colpo dato è nello stesso tempo un colpo ricevuto per legamenti, muscoli, nervi che presiedono il gesto (Come faceva notare Merleau – Ponty: quando tocchiamo siamo anche toccati. Parafrasando: quando colpiamo siamo anche colpiti).
In ultimo, però, la fasciatura è un click, un’accensione, l’attivazione di quell’insieme di risorse che permetteranno la performance successiva.
Ad ogni passaggio della fascia cresce la consapevolezza di quello che sta per succedere: del sudore, del dolore, della fatica che costerà rimanere in piedi, tenere più riprese possibili – tutte qualche volta – superare il disorientamento provocato da un colpo che è riuscito a penetrare la difesa, scagliandosi su di te senza nessuna remora o imbarazzo.
La stretta della fascia sul polso attiva la dimensione della solidità, prodotta dal perfetto allineamento di questo con l’arto intero che si allunga alla ricerca del suo target. Spalla, braccio, polso diventano un tutt’uno e proprio per questo il polso deve saper tenere botta: parte più piccola e fragile delle tre, ma anche terminale del flusso di potenza che da tutto il corpo si scarica in quel punto.
La fasciatura, quindi, accende un motore fatto di concentrazione, coraggio, ispirazione che sostiene la sfida successiva, così come, d’altra parte, la sfasciatura assopisce e rilascia.
Togliere la fascia vuol dire lasciare andare la pratica – che sia allenamento o match – e dirsi che si è fatto tutto il possibile senza risparmiarsi, e che se l’avversario ha prevalso, oltre agli onori che gli si devono tributare, può rimanere una domanda sospesa, che tornerà alla mente la prossima volta che si fasceranno nuovamente le mani: qualche colpo è mancato alle mie mani la volta scorsa?