Lo sguardo che non può (non deve) conoscere.

Quale inclusione – riconoscimento – è possibile senza questa consapevolezza?

 

Certo, questa riflessione arriva in un momento in cui alcune fra le più importanti organizzazioni (aziende, ma anche governi) fino a ieri campionesse di politiche di inclusione, starebbero smantellando tutto al grido un po’ isterico di: “l’inclusione si fa senza bisogno di farla.”
D’altra parte, però, l’inclusione è materia ben più profonda e fondativa dei rapporti umani, e viene molto prima di qualsiasi posizione politica che, figlia di questo tempo, finisce per essere più un’operazione di storytelling che volontà concreta di cambiare le cose.
Fondativa perché se ne scorge la necessità fin dalle più elementari “transazioni” relazionali, laddove l’interazione fra soggetti cerca di essere efficace, soddisfacente, portatrice di respiro vitale. Proprio lì l’inclusione, intesa come tensione ad accogliere l’Altro con la sua specificità, diventa precondizione ed insieme piacere (non per questo semplice, si intende).
Collochiamo a questo livello la presente riflessione, focalizzandoci su una pratica propedeutica, abilitante l’inclusione, che è: lo sguardo.
Lo sguardo è l’atto sensibile con cui percepiamo la presenza, in prima istanza, dell’Altro. Ma c’è una pratica di sguardo, più sovra-sensibile diciamo così, che coglie l’esistenza, la specificità con cui l’Altro si presenta e si offre al mondo.
Questo sguardo è agito non senza ambivalenze sul piano psicologico profondo, sede in cui i personali simbolismi si formano e consolidano nel tempo imprimendo un effetto sulle forme di razionalizzazione che poi si producono quando ci si relaziona con il mondo. In parole più semplici: i nostri vissuti emotivi relazionali, i nostri – piccoli o grandi – traumi, si insinuano nel modo in cui giudichiamo ciò che ci viene in-contro: esperienze, persone, concetti.
Non voglio essere più psicoanalitico di così, piuttosto aggiungere l’altro piano che gioca un ruolo importante nello sguardo che siamo in grado di agire: quello valoriale, che – non senza interrelazioni primitive con il piano evocato poco fa – produce il campo etico-linguistico che utilizziamo nel dare parola allo sguardo che stiamo sperimentando.
Due prospettive quindi si intersecano nell’andata e ritorno del nostro sguardo sull’Altro: quella profonda, pre-verbale, mossa dalle esperienze che ci fanno ciò che siamo ben prima che noi lo si sappia, e quella di superficie, verbale, effetto della nostra intenzionalità.
Questa premessa per dire come lo sguardo non sia la mera decodifica della luce che rimbalzata sull’Altro ci arriva alla coscienza in forma nitida e riconoscibile (anche se, indugiando nella metafora, ho bisogno di fare luce attorno perché l’Altro mi appaia, si distingua – proprio etimologicamente inteso – dal resto). Piuttosto come l’Altro sia una parafrasi, una metafora, una analogia – troppo spesso – di quello che vi è in me.
In questo senso se vogliamo aumentare la capacità di accogliere, riconoscere, l’Altro, serve lavorare sull’ampliamento di questo perimetro analogico, incorporare metafore che ci diano ulteriori campi significativi entro cui pescare nel processo di riconoscimento.

LO SGUARDO NEL MITO DISVELATORE

Si possono convocare molte e diverse prospettive metaforiche per fare questo esercizio di allargamento di campo, si intende. Qui decido di utilizzare la mitologia classica, che tanto ha offerto alla filosofia classica ed alla psicoanalisi del Novecento.
Tre miti sembrano più di altri capaci di offrire uno spunto sul tema dello sguardo verso l’Altro: Medusa, Narciso, Eros e Psiche.
Li esploriamo attraverso il doppio filtro ermeneutico della filosofia teoretica e della psicoanalisi. Ma un terzo filtro, uno strabismo forse, vorrei che fosse sempre attivato nella lettura: quello della declinazione nel contesto di lavoro, ambito in cui l’esercizio del riconoscimento (userò questo termine anziché inclusione, per ragioni che spiego meglio e approfonditamente nel mio ultimo testo: Eros e Lavoro) può diventare pratica di cittadinanza “esportabile” in tutto il vivere in quella polis che chiamiamo: mondo.

Medusa: lo sguardo che pietrifica

Il mito di Medusa, figura della mitologia greca, racconta la storia di una delle tre Gorgoni, creature mostruose con serpenti al posto dei capelli.
In origine, Medusa era una donna bellissima, mortale – a differenza delle sorelle – e consacrata alla dea Atena. Secondo la versione più diffusa del mito, Poseidone si innamorò di lei e la sedusse nel tempio di Atena. Offesa per la profanazione del suo tempio, Atena punì Medusa trasformandola in un mostro: chiunque incrociasse il suo sguardo sarebbe stato pietrificato.
Lo sguardo di Medusa è mortifero: chiunque la guardi direttamente viene pietrificato, bloccato, immobilizzato. La sua figura simboleggia il potere distruttivo di uno sguardo non mediato, che si pone come assoluto, paralizzando l’altro nella sua identità; o meglio, nella presunta identità che lo sguardo pietrificante blocca nel tempo e nello spazio.
Quello che viene mortificato – reso inerte – infatti, è il movimento, l’oscillazione, lo spostamento, unico strumento che consente la possibilità di farsi un’idea articolata e complessa dell’Altro.
Lo sguardo di Medusa non può accogliere l’Altro proprio perché vive esso stesso nella presunzione di sapere cosa (chi) sta guardando. Lo vede davanti a sé, fermo e distinto, e si consola di questa semplificazione. Trasforma l’esistenza in un momento fisso ed eterno, da cui deriverebbe l’identità assoluta dell’Altro a cui sempre, da lì in poi, farà riferimento.

Narciso: lo sguardo che vede (solo) sé stesso

Il mito di Narciso narra di un giovane di straordinaria bellezza, figlio del dio fluviale Cefiso e della ninfa Liriope. Narciso respinge tutti coloro che lo amano, compresa la ninfa Eco. Come punizione per il suo orgoglio, gli dèi lo condannano a innamorarsi della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Incapace di distogliere lo sguardo e consumato dal desiderio irraggiungibile, Narciso muore, trasformandosi nel fiore che porta il suo nome. Il mito simboleggia i pericoli dell’egocentrismo e l’incapacità di amare al di fuori di sé.
Al contrario di Medusa, che pure disfunzionalmente rivolge il suo sguardo verso l’esterno, Narciso resta completamente intrappolato al suo interno. Nessuna immagine si distingue veramente dalla propria, nulla esiste se non lo specchio che lo sguardo narcisistico rimira.
Narciso, infatti, si innamora del proprio riflesso (tralasciamo le ragioni psicoanalitiche, che spiegano questo fenomeno), incapace di riconoscere l’altro come soggetto distinto. Il suo sguardo è autoreferenziale, chiuso in un circolo di identificazione narcisistica.
Narciso rappresenta la difficoltà di riconoscere l’alterità, divenendo così vittima della trappola del solipsismo. La mancata dualità relazionale Io-l’Altro, lo inchioda nell’impossibilità di vedere alcunché fuor che il sé. Il suo è un mondo di pura e caleidoscopica proiezione, riflesso, che finisce per non fare reale esperienza di relazione.
A cospetto dello sguardo di Narciso l’Altro non trova nessuna forma di appiglio, nessun riconoscimento; piuttosto misconoscimento, travisazione, che non offre spazio per esistere, e quindi, men che meno, avere chance di essere riconosciuto.
Se Medusa semplifica il proprio mondo relazionale ipostatizzando l’Altro in un singolo atto fissato nello spazio e nel tempo, Narciso vede presenze muoversi attorno a sé, ma coglie un’unica esistenza: sé stesso.

Eros e Psiche

Il mito di Eros e Psiche è narrato nel romanzo Le Metamorfosi di Apuleio, ed è uno dei racconti più celebri della mitologia greca. Psiche, una fanciulla di straordinaria bellezza, suscita la gelosia di Afrodite, che teme che la sua bellezza possa oscurare la propria. La dea incarica suo figlio, Eros (Cupido), di far innamorare Psiche di un uomo spregevole. Tuttavia, Eros stesso si innamora di Psiche e la porta in un palazzo incantato, dove la ama ogni notte senza mai rivelare la propria identità.
Psiche vive in un’apparente felicità, ma non deve mai guardare il volto di Eros, che le impone questa condizione. Spinta dalla curiosità e dal dubbio instillato dalle sue sorelle (che insinuano che Eros possa essere un mostro), Psiche decide di guardarlo mentre dorme, accendendo una lampada. Nel vedere Eros, però, la sua bellezza la sconvolge e una goccia d’olio caduta dalla lampada sveglia il dio, che la abbandona. Psiche, pentita, inizia un lungo e doloroso viaggio per riconquistare l’amato, affrontando prove imposte da Afrodite, fino a essere infine riunita a Eros e trasformata in dea.
Questo mito, letto con la lente dell’indagine sullo sguardo che stiamo effettuando qui, ci offre la dimensione ontologicamente ambivalente dello sguardo: esso è atto di relazione, e non di conoscenza dell’Altro. Sta a dire che se non possiamo e non dobbiamo rinunciare allo sguardo come forma di contatto, di connessione, non possiamo riferirci a ciò che vediamo dell’Altro per riassumerlo definitivamente.
Un po’ per le ragioni che ci vengono dai due sguardi che abbiamo analizzato in precedenza: non siamo mai realmente in grado di dire se ed in che proporzione il nostro sguardo stia frizzando l’alterità a cui ci rivolgiamo (Medusa) e nemmeno quanta quota di quell’immagine sia proiezione del nostro sé (Narciso); coppia di fallacie che si presentano molto spesso assieme e che distorcono la nostra reale capacità di accogliere. Ma anche perché uno sguardo che si propone di conoscere l’Altro in totalità,  non solo si inganna – altra fallacia memorabile – ma soprattutto esercita un sopruso, da cui non si può che fuggire come fa Eros.
Così lo sguardo indagatorio, valutativo, deve – interiorizzata e accettata la natura di inconoscibilità (mistero) dell’Altro – divenire più una mano che tocca; un corpo che sfiora; un naso che annusa; orecchie che sentono come negli amplessi bui di Eros e Psiche, in cui la presenza dell’alterità è accoglienza che sempre lascia un dubbio, uno spazio di non copertura. Certo, una curiosità anche.

LO SGUARDO CHE NON PUÒ (NON DEVE) CONOSCERE

Insomma capitoliamo, infine: lo sguardo non vede l’Altro se non per frammenti; troppi sono i filtri che inconscio, valori, principi, idee di mondo, disturbano la nostra “vista”. Ciò non di meno l’azione del guardare, lo sforzo in sé, rimane prezioso come forza intenzionale che crea un ponte, temperato dalla consapevolezza che lo sguardo dove distingue apprende, e dove resta opaco semplicemente accoglie e accetta.
Non c’è lo spazio (bi)dimensionale in un contributo come questo per una discesa ulteriore verso una pragmatica, una prassi, dello sguardo che si fa metodo. Anche perché se accogliamo l’alterità come un campo mai frequentabile in forma totalizzante, dobbiamo anche accettare che non possiamo codificare un agire nei minimi gesti.
Basterebbe per ora prendere confidenza con i limiti di uno sguardo che troppo spesso si presuppone “capace”, oltre ogni dubbio, di vedere e capire l’alterità nel suo presentarsi. Un dubbio praticato come sospensione (Epoché) di giudizio, mentre cerca di addomesticare, ma mai eliminare, Medusa e Narciso.
Un’esitazione, basterebbe già questo. Quantomeno per scongiurare la svista, il fraintendimento, e permanere efficacemente nella domanda: chi sei tu?
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