Un augurio: tenetevi assieme!

Non ammorberò tutti voi con la mia dissertazione di fine anno in cui avrei incastonato come gioielli rari apprendimenti acquisiti nel tempo appena passato e le istanze per l’anno nuovo.

Non lo farò. Non tanto (o non solo) per una maturata intolleranza verso questo rituale un po’ ego-riferito – in fondo stamattina ho letto diversi commiati al 2024 da parte di amici e colleghi e restano “esteticamente” belli – piuttosto per la consapevolezza che i cicli su cui dobbiamo imparare a misurarci sono molto più lunghi.

Il rituale di saluto d’anno in corso e di accoglienza al successivo (non sto discutendo la voglia di fare festa in sé, quella teniamocela cara che serve sempre!) è retaggio di un passato in cui le esistenze erano per lo più affidate a forze cosmiche (Dio, la Natura) a cui si doveva una certa riverenza, forma di rispetto/timore. Una preghiera che in fondo affidava a queste forze una domanda semplice: che tutto potesse tornare nella forma in cui si era già presentato: cicli delle stagioni, relativa pace, sopravvivenza (chi sta pregando è vivo e prega di potervi rimanere anche per il futuro).

Quello che facciamo oggi però è sensibilmente diverso.

Non siamo più affidati a forze più alte ma a quel piccolo dio che ognuno di noi in qualche forma è, in quanto dispone (o crede di disporre) delle risorse per determinare almeno in parte la propria sorte.

Potremmo anche discutere della fallacia di questa prospettiva “autonomista”, ma dovendo insieme accettare questa come la forma prevalente di espressione esistenziale oggi.

In questo senso, se di sviluppo e non di mera sopravvivenza si parla – elemento che presuppone l’abbandono dell’idea di ritorno dell’uguale che auspicavano gli antichi per sé stessi – i cicli che dobbiamo immaginare non possono essere ridotti all’anno solare (fateci caso come quel retaggio antico mentre lo “critichiamo” come obsoleto in questa contemporaneità, sia entrato prepotentemente nelle forme dell’economia reale, insieme a tutto il portato di miti, riti, credenze che lo supportano).

Ecco perché non ho bilanci da fare per lo scorso anno (bilancio…altro dispositivo economicista che traduce l’esistenza in entrate ed uscite, valore e disvalore) o istanze da consegnare all’anno che verrà.

Perché la storia è tutta ancora in corso, e le esperienze fatte nel recente passato non sono patrimonio del dodici mesi precedenti, ma di una capitolo ben più denso e punteggiato di situazioni che in una forma temperata di causa – effetto producono momenti di vita nei quali entriamo (ci troviamo per lo più) nudi come alla nascita, e che come unico messaggio forse ci riportano solo che: in fondo ancora respiri, e va bene così (qui il respiro è quello dello spirito dell’esistenza, non solo quello biologico della sopravvivenza).

Per cui l’augurio che vi faccio e che vi teniate assieme (non vi disunite diceva il regista), senza spezzettarvi troppo in blocchi temporali che sembrano auto-consistenti, ma che non sarebbero nulla senza la vita vissuta prima e senza la speranza della vita che verrà poi.

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n.5 - 17 febbraio 2025

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