“Oh, fantastico, un’altra riunione alle 8 del mattino. Proprio quello che speravo per iniziare la giornata.”
“Ma certo che ci interessa il tuo parere fresco ed inesperto, esprimiti con la massima libertà!”
Due frasi di senso semantico abbastanza chiaro, che trasferiscono informazioni e determinano una risposta pragmatica.
Eppure conosciamo bene, come umani, il sotto testo di queste asserzioni, cogliamo senza grande difficoltà quell’atmosfera significativa che si portano dietro: la prima usa l’ironia per significare la frustrazione di un carico di lavoro, probabilmente inutile, e comunque invasivo.
La seconda adotta invece un torno sarcastico che come l’ironia ribalta il senso della frase nel suo opposto, ma lo fa colpendo un soggetto più che un oggetto.
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Ironia deriva dal greco εἰρωνεία (eironeía), dissimulazione.
Si tratta di invertire i termini del reale che stiamo descrivendo, con l’effetto di allontanarsi dalla “verità”, paradossalmente, per riaffermarla. Però con uno stile relazionale che alleggerisce mentre chiarisce.
L’ironia era l’arma prediletta da Socrate proprio per la sua capacità di far emergere dal pensiero comune un paradosso, una piega che consente poi di pensare meglio quell’oggetto critico, sensibile, imbarazzante anche.
L’etimologia di sarcasmo deriva dal greco antico σαρκάζειν (sarkázein), il cui significato letterale è “lacerare la carne”.
Se l’ironia prende di mira un oggetto, il sarcasmo predilige il soggetto. Ne lacera la carne con una ironia deformata, allusiva, sottile derisione, messa alla berlina. Non ha lo scopo di far emergere un oggetto sensibile su cui insieme, dopo aver sorriso, possiamo discutere. Piuttosto pone il soggetto al centro di una serie di sguardi meschini, ed in questo modo lo delegittima.
È l’arma prediletta dal potere senza autorevolezza, che teme il confronto, che non ha sostanza interna.
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Intendiamoci, ci siamo passati tutti, ma proprio perché tutti siamo stati meschini con altre persone. Perché ognuno di di noi almeno una volta (ma penso ben di più) ha preferito distruggere l’oppositore piuttosto che ingaggiarsi in un dibattito pulito ma rischioso.
Il punto è riconoscere la differenza fra le due forme, e provare a ripulire il nostro linguaggio, ma prima di tutto il nostro sentire e pensare interiore.