Dell’ossessione per il feedback, intendo. Di quella deriva che ogni tanto sento agirsi intorno alle persone che lavorano insieme nelle organizzazioni.
Non serve contestare di per sé il dispositivo, o giudicarlo come, in alcuni casi si fa esagerando, uno strumento di controllo alienante. Innanzitutto perché il contesto relazionale stesso in cui siamo tutti immersi è caratterizzato per il continuo invio di segnali reciproci, in larga parte non verbali, con cui alimentiamo (to feed) e orientiamo il nostro agire.
E poi perché anche quando il “ritorno” è l’esito di una volontà consapevole e intenzionata, rimane sempre e comunque uno strumento prezioso per ognuno di noi.
Ma si può esagerare, far sfiorire le rose, come sempre è possibile fare anche con le risorse più importanti di cui disponiamo.
Si esagera quando, trascendendo a dimensione valoriale – narrazione propria di questa stagione sociale – finisce per scalare da strumento utile alle relazioni a mandato comportamentale esso stesso (il gesto del dare feedback intendo) sottoposto a giudizio.
Ci sono “culture” che sensibilizzano tutti (eufemismo questo) allo scambio continuo di feedback, misurato quantitativamente e premiati o biasimati i comportamenti che vadano sopra o sotto questa media innalzata a simulacro della buona managerialità.
Si perde però di vista il senso stesso di questo offrirsi reciproco alimento per la propria consapevolezza.
Innanzitutto il feedback funziona solo se ben situato, correlato ad un evento specifico, e che sia possibile da parte della persona un’azione di cambiamento sul reale. Altrimenti è giudizio morale che produce frustrazione deleteria.
Gli greci antichi chiamavano Kairòs questo momento “opportuno”, quello in cui un uno scenario reale potesse sospendersi nello spazio e nel tempo per generare un apprendimento. Va insegnato a trovare questo Kairos con grande sensibilità, più che le tecniche per “somministrarlo” (è cibo, non medicina!).
Inoltre il feedback deve essere un dono e come tale da offrirsi e riceversi nel pieno della libertà delle specifica relazione.
Io sono convinto che più di qualche volta, la pratica adatta, più che il feedback, sia il regalo di un momento di ascolto attento, di postura negativa, di inazione compassionevole, a sostenere nella persona quella fiducia che gli serve per auto-valutare il suo agire e trasformarlo.