Inter -In -Dipendenza: nuove forme di relazioni per le organizzazioni contemporanee

C’è stato un tempo in cui l’ossessione è stata quella di promuovere il concetto di indipendenza nelle relazioni umane.

Si trattava, certo, di fare venire meno dei vincoli arcaici che tenevano l’individuo alla catena del “si fa così”; “si è sempre fatto così”; “ci aspettiamo che tu faccia così”. Per cui una transizione forse necessaria per un certo tempo.

D’altra parte constatiamo la necessità della dipendenza ogni volta che guardiamo a dei fenomeni anche semplici, quotidiani, familiari. Dal neonato che dipende per ogni minima cosa per la propria sussistenza – condizione che torna in età avanzata – passando per tutti i momenti in cui la vita ci depriva di autonomie fisiche anche solo temporanee, difficolta professionali ed esistenziali di vario tipo.

Ma ancora qui siamo nell’ordine degli aventi che accadono, ma che poi si riassorbono – di solito – e restituiscono “libertà” all’individuo.

Eppure cogliamo come la dipendenza in definitiva non sia una condizione temporanea, piuttosto une dimensione naturale dello stare al mondo.

Si dipende perché è la forma che abbiamo trovato per controbilanciare la natura imperfetta, caduca del nostro esistere che è sempre sotto l’egida della finitezza. Ma ancora dipendiamo perché nella dipendenza, una certa modalità di questa, consiste il “bene” che siamo in grado di offrire all’altro oltre che a noi stessi.

Nella dipendenza, che in definitiva è sempre in potenza reciproca, la relazione si esprime, quando non si trasforma nel suo estremo patologico, generando del bene.

Così spesso la dicotomia sembra essere quella fra dipendenza e indipendenza, laddove l’abitare unicamente uno solo dei due poli finisce per far star male.

Ne abbiamo esperienza tutti. Forse non se ne esce…

Ho però amato il concetto di Inter- in-dipendenza promosso da Raimon Panikkar, che ho ripreso in Eros e Lavoro.

L’ho trovato subito un dispositivo relazionale potente perché in primis recupera la necessità della dipendenza. La radice del neologismo è comunque la presa di coscienza che siamo dipendenti in quanto ognuno dei nostri passi si incrocia con quello di altri, in ogni sistema umano: relazioni più intime fino ai sistemi sociali ampi (organizzazioni per esempio).

l’IN chiama poi alla spinta dell’individuo a prendersi comunque in carico, mitigando il rischio di arrendersi nella mani di altri, rinunciando a vivere in pienezza.

Infine, l’INTER offre lo spazio possibile di abbraccio fra le indipendenze, quello in cui c’è distanza minima dal sé in cui non si collassa annullandosi, ma anche la vicinanza minima per potersi allacciare, intrecciare.

L’INTER è lo spazio di possibilità in cui portiamo un noi saldo, retto, il quale si curva appena per incontrare l’altro senza cadervi addosso.

Penso a come portare questo concetto anche nella vita delle organizzazioni visto che spesso i sistemi identitari tipici (Valori, modelli di competenze, sistemi di performance) chiedono la “somiglianza” che può annichilire la specificità.

E per converso poi si basano sulla spinta alla differenziazione performativa in cui ognuno dovrebbe essere un mondo a sé, capace di produrre un valore differenziale, migliore di altri, ammantato e foraggiato dalla retorica del talento individuale. IO Indipendenti che poi dovrebbero sentirsi NOI non si capisce bene a quale livello della relazione poi.

Credo, sento più che altro, nella necessità di andare verso altre dimensioni dello stare assieme nei contesti umani, organizzazioni comprese. In cui la dipendenza si offra senza remore come una necessità, e che addirittura si faccia utero nel quale l’individuo possa consolidare la propria forza differenziale, specifica.

Ed infine, dove gli INTRA siano occasioni continue di creazione di spazi in cui le relazioni generano valore per sé, le organizzazioni, il mondo.

L’uomo non è solamente individuo: è persona, cioè un centro di relazioni che si estendono fino ai limiti raggiungibili della sua anima. (…) Sebbene tutto sia relazionato con tutto, è altrettanto vero che ogni parte di questo tutto è differente, così come tutti gli uomini sono diversi tra loro. Ciascuno è una persona, cioè un nodo unico nella rete di relazioni che costituisce la realtà. Quando questo nodo spezza i fili che lo uniscono agli altri nodi, quando le tensioni si sono fatte così tese che non consentono più la libertà costitutiva dell’inter-in-dipendenza tra nodo e nodo e, in ultima istanza, con la realtà, ecco nascere l’individualismo, che perturba l’armonia e porta alla morte della persona, facendole perdere la sua identità che è solo relazionale. Raimon Panikkar

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