L’Altro nelle relazioni (di Lavoro)

In una mattina di formazione recente in cui parlavamo di relazioni organizzative, siamo arrivati allo snodo tipico della questione:

Ma come faccio a far fare all’Altro quello che ritengo giusto?.

Risposta: non puoi!

Formazione chiusa quindi? Se alla sfera relazionale – direi nel mondo del lavoro, ma forse non solo – togliamo la dimensione dell’influenza allora che parliamo a fare?

La “competenza” dell’influenzamento è da tempo rappresentata come fattore cruciale nelle relazioni capo – collaboratore. Ancor di più nella prospettiva attuale che supera il, più facile, campo del comando e controllo questa è l’ultimo baluardo di governo che ci resterebbe nella mani, oltre il quale c’è solo il caos e l’indeterminatezza.

Ma il vero punto è che l’influenzamento, più o meno manipolatorio, è arma estremamente spuntata, che si trasforma in un dispositivo ingenuo di auto-convincimento da parte di chi lo pratica. Soprattutto nelle relazioni lunghe, come sono quelle con colleghi/collaboratori, l’influenza è come una bolla di sapone che scoppia nelle faccia di chi la produce.

In sostanza questa svista avviene perché partiamo dal presupposto errato circa la natura dell’Altro, che sarebbe possibile in qualche modo solcare sul piano cognitivo ed emotivo, e poi direzionare altrove: è solo questione di “perizia”.

L’Altro però, per fortuna, non è in alcun modo oggettificabile in questi termini. Lacan, parlando dell’Altro nelle relazioni amorose sostiene, con un gioco di parole, che questi sarebbe Amour -> a-mur: un muro.

Quello che noi chiamiamo in-contro con l’Altro è in realtà, in prima istanza, uno scontro, una frizione, uno sfregamento.

Ciò che produce la relazione nelle sue fasi iniziale è l’infiammazione delle superfici che si rapportano, un rossore che sensibilizza e “insegna” proprio quali sono i frammenti dell’Altro che sono più sensibili e sui cui praticare, intanto, attenzione.

Certo possiamo avere la sensazione in qualche caso di ottenere un certo consenso, magari perché le nostre argomentazioni ci sono sembrate adeguate, sostenute, ragionevoli.

Ma si tratta comunque di un Sì che arriva sempre nella libertà dell’Altro, alle porte della cui coscienza siamo sempre obbligati a fermarci, in attesa che si apra.

In qualche altro caso l’Altro può ammettere di darci “soddisfazione” forse per opportunità, ragionevolezza, fiducia cieca nei nostri confronti anche, nelle migliori delle ipotesi. Ma ancora siamo sul terreno della libertà della risposta piuttosto che sulla forza della domanda: è ancora lui (noi, nella nostra forma di Altro) a scegliere di accordare anche in dis-accordo.

Dovremmo ricordarcelo sempre quando ci pare di aver centrato un obiettivo di influenzamento.

In una discussione con i miei studenti universitari nell’ambito del corso di Inclusione, ho sostenuto che a meno di non poter praticare il potere estremo sul corpo dell’Altro, non possiamo obbligare nessuno a fare quello che vogliamo. Peraltro, Victor Frankle (uno psicologo nei lager) arriva a sostenere che nemmeno così maturiamo un pieno controllo dell’Altro che può sempre fuggire altrove con la mente e compiere senza aderire, praticare senza volere.

Lo so, nella retorica manageriale sulle “leadership” con i mille aggettivi, questa concettualizzazione non aiuta, perché sfila, a prima vista, l’oggetto (collaboratore/collega) dalle mani del soggetto (leader, capo).

Ma non è l’argomentazione a fare questo, piuttosto è nelle cose: l’oggetto-Altro non è mai stato tale.

Preferisco qui invitare capi, persone con responsabilità, tutti, ad incorporare il vincolo piuttosto che propinare puerili tecniche per rimuoverlo: che in questo caso sarebbe una rimozione di stampo psicoanalitico, come qualcosa che non accetti, non hai il coraggio di contemplare, e quindi cancelli con sofisticazioni effimere.

L’Altro è la nostra condizione di impossibilità, impraticabilità, ed è per questo che la relazione finisce per essere sempre costruttiva, in quanto Io stesso sono definito costantemente quale alterità invalicabile di cui rimango il solo responsabile.

Serve un nuovo linguaggio formativo/educativo sul tema delle relazioni anche nel mondo del Lavoro, e dobbiamo sforzarci di trovarlo.

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