Parabolé 7: Lasciare

Allontanarsi da; non portare con sé andando via; affidare ad altri;

Permettere; concedere;

Mettere in libertà

Per comprendere in pienezza il termine lasciare, dobbiamo evocare il suo opposto: tenere, trattenere.

Un oggetto fisico, un pensiero, un’ossessione, un’amore, la Vita.

Tratteniamo con forza quello che per noi conta, quello su cui contiamo. Può diventare una tirannia, una prevaricazione.

La presa sa anche essere poderosa delle volte, e mentre teniamo l’oggetto tratteniamo anche noi stessi.

Si può lasciare, quindi, solo dopo aver tenuto, dopo avere fatto l’esperienza del tenere, tenersi, con sé qualcosa di veramente importante.

Dopo aver quasi preso la forma dell’oggetto.

Ecco perché lasciare spesso è doloroso.

I nervi, i muscoli, fisici – mentali – emotivi, faticano a distendersi, allentarsi.

Il nostro sé fatica a pensarsi non intrecciato a quell’oggetto, consustanziale ad esso, permeato.

Lasciare è amputarsi in qualche occasione.

C’è un lasciare attivo di quando mollo la presa di qualcosa che cerca di allontanarsi da me: lasciare andare.

C’è un lasciare passivo di quando sono io che mi allontano dall’oggetto, precipito via da esso: lasciarmi andare.

Ma così come il neonato deve staccarsi dal seno per poter parlare, tanto la mano potrà aprirsi al nuovo solo se lascerà andare la presa, liberando sé stessa e l’oggetto. Perdendo qualcosa, recuperando movimento, possibilità.

Infine, vi è un lasciar(si)e andare che è caduta nel vuoto, remissione, abbandono. Che fa paura ed insieme è consolazione.

Che è abisso, ma anche ritorno a casa.

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