Parabolé 6: Riflesso

Narciso di Caravaggio

Preoccupata per il futuro del bimbo, Liriope consultò l’indovino Tiresia, il quale predisse che Narciso avrebbe raggiunto la vecchiaia “se non avesse mai conosciuto se stesso.” Ovidio, Metamorfosi, 3. 339 – 509

Il riflesso si spiega come fenomeno fisico: una luce che interagisce con la materia, rimbalza, cambia direzione, torna indietro.

I nostri occhi rac-colgono questo ritorno e così possiamo ri-vedere l’oggetto, gli oggetti, i soggetti, noi stessi.

Il mondo attorno a noi è oggi un grande prisma rifrangente: specchi, vetrine, monitor, in cui le immagine moltiplicate formano strati di mondi paralleli, speculari, che si fronteggiano e vivono assieme.

La persona in mezzo a questo caleidoscopio esistenziale – riflessa – non sempre ricorda a quale di questi mondi appartiene in origine.

Forse viene da quel mondo di riflessi di ombre in una caverna, che mitiga un reale troppo doloroso per essere contemplato direttamente.

Il riflesso è anche reazione, gesto non totalmente conscio che restituisce un’energia appena assunta.

Il ginocchio che si muove al colpo del martelletto, la mano che si alza in difesa del viso minacciato da un’altra mano, o quella che protegge dal raggio di sole insolente che accieca.

Il riflesso in questo senso è traccia di una mente ancestrale che rapisce, entra in gioco quando il mondo si fa minaccia.

Il riflesso che non riflette, ma agisce.

Riflettere è (ri)piegare: un’asse di legno, un tessuto, un pensiero.

La coscienza è lo specchio interno che l’evoluzione ci ha fornito. Si ripiega su sé stessa, torce il pensiero sul pensiero.

Sa pensare il pensiero (del pensiero…del pensiero…del pensiero), lo vede riflesso come in uno specchio e lo contempla, scontorna, scompone, per ricomporlo infine in altre immagini che si riflettono/pensano a loro volta.

In ognuno di questi passaggi, però, la coscienza toglie ed aggiunge, così che l’immagine – il pensiero – iniziale non è più, e non vi si possa più tornare in alcun modo.

Lo specchio della coscienza non restituisce l’immagine/pensiero, ma costantemente la crea, la definisce.

Nessuna luce che rifrange la materia per poi tornare indietro, ma una linea di fotoni mentali che procede sempre dritta, verso l’infinito dei pensieri possibili…

…forse solo finché non incontri lo sguardo dell’Altro, coscienza essa stessa in azione.

Uno scontro che costringe il flusso di luce/pensiero interno a fermarsi, anche solo per un attimo, e a considerare quello che quegli occhi stanno vedendo.

Uno shock, un disturbo, uno scandalo la vista dell’altro che ci penetra, impone un’immagine inimmaginabile, non considerata.

Il giovane Narciso non muore perché si innamora della propria immagine, ma perché non vi si riconosce. Perché nessuno prima lo aveva guardato veramente, consentendogli di vedersi a sua volta. Il fiume, così, lo ingoia come prima già fece la sua solitudine.

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