Il mio TEDxlegnano: perché non è stato un monologo

“Alessandro, sai dirmi dove sono le tue mani in questo momento?”

Con questa domanda, Diego Parassole ha impresso una diversa marcia al “mio” #TEDxlegnano22. Ma ci torno poi.

Lo scorso 18 giugno ha avuto luogo il TEDx organizzato da Enrico Piancentini ed il suo team.

Naturalmente quando mi è stato proposto di partecipare a questa edizione (vieni cooptato, a seguire una commissione decide la tua ammissione definitiva), ne sono stato molto felice: è un grande strumento di visibilità, verso un target di persone curiose, attente, informate.

Un’opportunità da non disperdere ma tanto, mi dicevo, ne hai fatti a bizzeffe di questi talk

Normale amministrazione si direbbe.

Quando pensi al TED l’immagine che ti si presenta nella mente è un palco, la grande scritta che troneggia su un lato, luci soffuse intorno e bianche solo sullo speaker, e lo speaker…solo. Ecco la vera iconografia chiave: una persona, un individuo, il proprio specifico messaggio, e nessun’altro. Ma non è così che abbiamo lavorato a questo TEDx.

Per circa tre mesi i sabati mattina sono stati scanditi da incontri fra gli speaker, contrappuntati da momenti di lettura dei propri testi, piccola formazione sulla buona dizione, la tenuta del palco, la gestualità (“…sai dirmi dove sono le tue mani?”).

Insomma, la contraddizione con quella immagine della persona sola sul palco è apparsa evidente fin dai primi momenti di lavoro. Eravamo un gruppo, una compagnia! Le letture dei rispettivi pezzi è stato un momento di grande impatto nella mia esperienza.

Come sa bene chi divulga per mestiere, ma anche gli attori immagino, è sempre più facile parlare ad una audience che, per quanto ampia, risulta impersonale, informe, come visi messi in serie ma senza espressione, piuttosto che ad un piccolo gruppo fatto di occhi che ti guardano negli occhi, di pieghe che compaiono intorno alle labbra e che scandiscono l’incedere delle tue parole.

Così ci siamo ascoltati tanto, più volte, chiamando commenti reciproci, regalandoci le sensazioni provate, i dubbi e le emozioni.  Ho ascoltato così tanto che mi sono reso conto di come quelle storie e alcuni di quei concetti abbiamo intriso anche il mio talk, creando nodi di connessioni evidenti:

la spinta a trovare il proprio posto nel mondo di Francesca; il rapporto fra persone e tecnologie di Giovanni, l’importanza delle relazioni schiette ma gentili di cui ha parlato Isotta, il conoscersi per “darsi” meglio agli altri di Matteo, la forza della caparbietà che crea occasioni di Mirko, il pianto come gesto di liberazione della nostra umanità di Rita, l’esperienza di un dolore che elaborato ci consente di volare nuovamente di Anna, la libertà di scelta consapevole ma anche sostenuta dal contesto di Eleonora, il grido “io non sono la mia malattia” di Antonella, il consiglio di rallentare per guardarsi intorno di Daniela, la libertà dai vincoli sociali attuali come ricerca del nostro specifico senso di Alessandro.

Insomma, ogni volta che rileggo il mio talk riesco a sentire la convergenza di tutti i nostri messaggi dentro una tela comune, un quadro complessivo.

Ma ritengo non si siano intorcinati solo i concetti, ma anche le persone. Il lavoro, che negli ultimi giorni è diventato anche fisico con esercizi di postura teatrale, sul ritmo e sull’energia, sempre fatti insieme, hanno mescolato anche il sudore oltre le parole. Abbiamo condiviso gli sbuffi, i “chi me lo ha fatto fare”, pianto e riso anche (era un esercizio…ma qualcuno ha pianto durante le prove generali riascoltando le performance dei propri compagni).

Ed eccola…la compagnia. Il gruppo. No, il nostro TEDx non è stato un talk individuale, proprio per niente!

Ok ma…alla fine ste’ mani dove le tenevi?

Il punto è che quando Diego mi ha fatto quella domanda io davvero non lo sapevo. Ero così concentrato sul testo da non essere minimamente cosciente dalla posizione del mio corpo nello spazio. Questo ha prodotto in me un ulteriore spunto di apprendimento, tutt’altro che di secondo grado rispetto alla complessiva esperienza.

Il mio talk parla di parole che si presentano e poi ad un certo punto si perdono, e che poi riappaiono e collegandosi fra loro cambiano la vita di una persona. Anche in quella storia il corpo è spesso dato per scontato, eppure sarà dirimente per le relazioni che faciliterà e per quel movimento che serve dare alla vita quando sembra che tutto si sia fermato per sempre.

Ho deciso quindi che d’ora in poi cercherò di sapere sempre dove sono, mentre sono.

Devo ringraziare davvero tutte le persone che ci hanno aiutato in questa bellissima esperienza. Tutto il team di Enrico, i tecnici, i volontari.

I nostri coach Diego Parassole, Giulia Comba, Elena Fantozzi.

Ringrazio anche, e dopo questo TEDx così catartico posso davvero farlo, il ragazzino di quella storia che racconto, la sua fragilità come il suo coraggio ancora oggi mi ispirano.

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