C’è un tempo per ogni cosa sotto al cielo…anche per innovare

Durante un viaggio a dir poco metafisico alla ricerca di sé stesso, Cheyenne, vecchia popstar in pensione, incontra tanti personaggi.

Uno di questi è Robert Plath (realmente esistito), pilota in pensione che nel 1987 inventò il trolley .
Nessuno prima di lui aveva pensato che mettere delle semplici ruote sotto alla valigia avrebbe permesso di evitare di caricarsele sulle spalle per interi tratti; di arrivare sudati e stropicciati al proprio posto di viaggio; di perdere il volo…

Non ci aveva pensato nessuno, tranne Bernard Sadow che nel 1970 ebbe la stessa identica intuizione, ma l’inversa fortuna.

Quindi? Come mai l’invenzione di Plath invase il mondo e quella di Sadow no?

C’è un tempo adatto per innovare?

L’innovazione discontinua ha bisogno di molti altri ingredienti per potersi esprimere.
Nel caso specifico un mondo in cui il numero di viaggiatori era quasi il doppio rispetto a vent’anni prima;
in cui la “postura” stessa del viaggiatore diveniva quella calma e sorridente del turista piuttosto di quella triste e sofferente dell’emigrato;
in cui velocità e tempismo diventano cifra del nuovo cittadino del mondo.

In questo senso penso che l’innovazione (oltre ad essere spesso storie di fortuna sfacciata – e che male c’è?) sia da leggere come convergenze di “forze” già in atto, piuttosto che, come spesso viene indicato, un’evento geniale che quelle forze le stravolge.
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Per le aziende: le competenze filosofiche, antropologiche, storiche, sono necessarie quanto quelle tecnologiche e tecniche.

Interpretare il “vento della storia” nella quale siamo immersi è importante quanto leggere ed incrociare dati (di più a dire il vero).

Qui la scena per intero

Che ne dite?

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