Il riconoscimento come risorsa e come trappola

Il bambino cresce e sviluppa sicurezza attraverso l’azione di riconoscimento che il genitore compie nel gesto quotidiano di accudirlo. Quello sguardo che lo segue nel suo agire spontaneo gli offre uno specchio che gli rimanda informazioni sul suo essere nel mondo attraverso – più che le parole, almeno nel primo anno di vita – un concentrato non verbale e paraverbale denso di emotività. Tutto gli dice:

sei qui, io ti vedo. Sei come sei, e io ti amo.

Quello sguardo cambia nel tempo, crescendo. Il riconoscimento diviene sempre più relativo, correlato, alle (e alla bontà delle) azioni che il bambino, ragazzo, adulto compie. Il messaggio non è più quello del genitore dell’infante che lo accoglie così com’è, legato quindi alla sua legittimità ad essere al mondo, ma prende la forma del “giudizio” sul come egli decide di stare al mondo.

Conformità più che accoglienza; riconoscibilità (nel senso di assomigliare a qualcosa che già conosciamo) più che riconoscimento dell’ Alterità piena.

Su un piano più cognitivo anche questo tipo riconoscimento gioca un ruolo fondamentale perché (ci) orienta, offre dati su un agire che non è sempre, e comunque mai del tutto, pienamente consapevole.

Questo specchio che il riconoscimento come processo comunicativo può essere una mappa quindi, una bussola forse anche.

Ma a che prezzo? Il riconoscimento, quindi, oscilla fra la tensione a generare un’accoglienza piena come nel caso dell’infante a quella dell’omologazione.

Il primo stimola la ricerca di una piena autenticità, il secondo di accettazione sociale. Il primo stimola l’autonomia il secondo le dipendenza.

Certo ci sono tutte le nuance centrali fra questi due opposti, estremi, ma non si tratta di prendere una posizione (punto su questo continuum), piuttosto di essere consapevoli che questa oscillazione, fra uno sguardo che libera rispetto a quello che incatena, è consustanziale alla dimensione inter-soggettiva.

Dove ci sono relazioni (ovunque?) si esprimono questi continui piegamenti su una autenticità che non si produce senza il supporto dell’altro, e che però, proprio per averci “offerto” questo aiuto, nello stesso tempo lega quella liberazione a sé. Una libertà condizionata.

Non se ne esce, almeno seconde me.

Tutt’al più possiamo trovare momenti di ristoro, boccate d’aria, da una dimensione (faticosa e non naturale, a dispetto di quello che più spesso si pensa) di

una soggettività che faccia a meno dell’Inter

Per poco tempo, momenti in alcuni casi, si può provare a generare uno sguardo che si sottrae alla relazione, con postura negativa, al fine di incontrarci su una piazza meno affollata: la nostra auto-coscienza.

Questa può torcere sé stessa per guardarsi, contemplarsi. E poco conta, come certamente potrebbero obiettare molti, che anche questo sguardo sia macchiato da residui di quell’Inter che si manifesta come valori che abbiamo appreso, forme comportamentali che abbiamo assunto in risposta a relazioni nella nostra vita.Comunque si tratta di un esercizio meditativo che ha lo scopo di scandagliare tutti quegli arbusti del Inter nei quali siamo sempre presi, per cogliere, anche se solo da lontano, un punto in cui noi siamo noi. Un noi residuale, comunque composto, mai del tutto “puro”, ma in cui ci riconosciamo.

Quindi ringraziamo sempre per tutti gli sguardi che ci fanno crescere incatenandoci (e altri ringrazieranno noi per lo stesso motivo), ma ogni tanto fuggiamo: per non dover finire per dire, con le parole di Jean – Paul: l’inferno sono gli Altri

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